Testi di Simone Burratti

7-5-8
 

Adesso siediti. Rilassati. Espira con lentezza, stringi gli occhi nel pensiero e dimmi: com’è la vita senza un significato?
 
Dormire senza sonno, non sentire il sapore del cibo. E quel prurito continuo ai capelli, sotto i bulbi, che scava tra le placche del cranio come per estrarre il vuoto.
 
Le armi pesanti, il focus: non era una soluzione. Le proiezioni erano tutte errate.
 
Fuori dal tempo, ferma nello spazio, sempre la stessa cassaforte di metallo, combinazione 7-5-8: le sue pareti fredde a contatto con la guancia, gli angoli che risucchiano la luce dei tesori al suo interno.
 
È stata di tuo nonno e di tuo padre; adesso è vuota. Come ogni tesoro, come ogni cassaforte, come ogni narrazione vera o indotta, fatale o profana che deservi.
 
Non sei speciale, sei solo strano. Trent’anni e forse ancora senza accorgertene. Dall’altro lato della cassaforte.

 
 
***
 
Achille e la tartaruga
 

Con il tempo sono cresciuto molto. Abbastanza da vedere uno scalino in un burrone, abbastanza da scoprire un orifizio dove prima c’era tutto, il grande cancello del giardino sacro.
 
I dobermann diventano cattivi perché il loro cervello cresce troppo, così tanto da non poter più essere contenuto nel cranio: la materia grigia spinge contro l’osso, sotto la pressione delle gengive i canini si sporgono fino al dolore, fino ad usarli.
 
In realtà non è vero. L’anticipo è l’unico privilegio che mi manca. I cromosomi, l’handicap, il salto della quaglia malriuscito. Mio padre cammina a una distanza felicemente incolmabile, coerentemente distratta. Quando lo guardo mi sento sfiancato, come dopo le analisi del sangue.
 
A volte, di notte, immagino la mandibola che si espande come il cervello di un dobermann. Spezzare le pareti, sbavare, invertire il paradosso. Poi mi addormento in posizione fetale.
 
Non ho scelto di non essere felice. Ho sempre spinto contro lo stesso processo, contro un secondo posto permanente. Spingere è il predicato dell’avere qualcosa davanti, eternamente.

 
 
***
 
Vasca
 

Le mie mani sono di nuovo bianche. Nessuna traccia del rossore iniziale, dello sforzo per la scrittura a pressione sul collo. Quello che non rimane non è mai stato scritto; quello che si compie, con prepotenza o amore, è una forma di diritto.
 
Era bello, diceva che non voleva, era bello. Il tremore alle gambe, l’occhio alla porta colto nella rete, nello scatto del chiavistello. Finché il freddo prende il posto del sangue.
 
La stampa prevede una schiena parallela alla parete, i polsi bloccati onde evitare eventuali sbavature. Nel girarla, così come durante il trasporto da una stanza all’altra, si raccomanda di tenerle la faccia coperta con le dita. Infine la si immerge nella vasca in un solo movimento deciso, per lavare via dalla voce qualsiasi incrinatura.
 
Era bella, era quasi una bambina. L’età giusta secondo natura. I capelli fluttuavano al contrario come una bobina, come i tentacoli di una medusa.
 
A differenza dei pesci, gli esseri umani aprono la bocca in acqua solo quando hanno paura di morire. Da qui il verbo boccheggiare, che poco si addice alle alte temperature, e andrebbe piuttosto riferito alle bolle d’aria che risalgono, gradualmente, verso la superficie, respirate contro la gravità.
 
Era bello, non diceva più niente, era bello. Era il segno che stava dove sta. Arrivare al bordo con una lentezza estrema, senza tornare indietro.
 
Fuori c’è l’alba e il prato, gli uccelli si diramano secondo lo schema. Resta il calore ricordato dalla mano, l’acqua come una spaccatura sul vetro.
 
Diceva che non voleva, si contorceva in modo dimesso. Nel panico teneva stretto l’ano. Se avesse voluto, io oggi non sarei ancora me stesso.

 
 
 

testi di Simone Burratti per
Stati complementari della poesia, 12-13 dic. 2020

 

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